Sempre più spesso ci troviamo a dover “mettere le pezze” ai danni di inserimenti gestiti con il cosiddetto “metodo del trasportino”, proposto come una tecnica rapida ed efficace per far conoscere nuovi ratti alla propria colonia.
Purtroppo molto spesso i ratti arrivano a conflitti seri; le ferite riportate sono spesso gravi ed è bene ricordarlo: non sono mai solo ferite fisiche, ma anche emotive e psicologiche.
Vogliamo quindi ribadire con decisione che il metodo del trasportino è una pratica molto rischiosa e non deve essere raccomandato come procedura di inserimento standard.
In questa sezione cercheremo di spiegare bene il perché.
Cos’è il metodo del trasportino?
Questo metodo consiste nel mettere ratti sconosciuti in uno spazio molto piccolo (trasportino, box di plastica o gabbia microscopica) senza alcuna possibilità di fuga, con l’idea che lo shock, la vicinanza forzata e lo stress conseguente impediscano l’aggressione e favoriscano la nascita di un legame tra ratti che non si sono mai visti prima di quel momento.
Questa idea di base, oltre che essere molto pericolosa, è etologicamente del tutto infondata.
Infatti, se ripercorressimo insieme le diverse risposte comportamentali che un ratto potrebbe scegliere di mettere in atto nel momento in cui incontra un suo simile sconosciuto, ci renderemmo immediatamente conto del grosso limite di questo metodo.
Un ratto che incontra altri ratti può scegliere di:
- avvicinarsi ad annusarli
- evitare l’incontro pur rimanendo nella stessa area
- freezarsi
- allontanarsi
- aggredire
Il metodo del trasportino va sostanzialmente ad eliminare tutte le opzioni tra cui un ratto potrebbe scegliere, lasciando solo due carta sul tavolo: quella del totale disimpegno all’interazione e quella del confronto diretto. Un buon 50% e 50%.
Se un ratto sceglie di aggredire, l’altro, chiuso insieme a lui nel trasportino, non ha nessuna possibilità di sottrarsi.
I ratti, soprattutto in fase di conoscenza reciproca, hanno un sistema comunicativo complesso e articolato, fatto di comportamenti ritualizzati, evitamenti, mantenimento delle distanze, successivi avvicinamenti svolti con posture e dinamiche specifiche.
In un ratto normo-comportamentale l’aggressione non è MAI la prima scelta, ma rappresenta l’ultima fase di una sequenza di strategie volte a evitare lo scontro diretto.
Quando un ratto incontra un conspecifico sconosciuto, il primo comportamento è l’esplorazione a distanza (ricordiamo che hanno capacità olfattive straordinarie e i pochi istanti sono in grado, anche senza un contatto diretto, di farsi un quadro di chi hanno davanti).
L’esplorazione a distanza è seguita da un avvicinamento, in genere cauto, o dall’evitamento. Se nell’avvicinamento la tensione aumenta, compaiono segnali ritualizzati (posture laterali, piloerezione, freezing), che hanno la funzione di comunicare intenzioni specifiche all’altro ratto e che gli permettono di scegliere di ritirarsi se lo desidera – e se ne ha la possibilità. In questo caso la fuga e il disimpegno all’interazione sono quindi da intendersi come una risposta chiara al comportamento di un altro ratto e sono estremamente comuni, oltre che adattativi, visto che in natura lo scontro comporterebbe un rischio elevato di ferite e conseguenti infezioni, eventi che riducono drasticamente le probabilità di sopravvivenza.
L’attacco vero e proprio avviene generalmente solo quando tutte le altre opzioni sono fallite o quando un individuo non ha modo di ritirarsi.
Il valore delle distanze
In ambito comunicativo, la distanza ha un grandissimo valore: la possibilità di aumentarla e sottrarsi all’interazione è uno dei principali meccanismi che regolano la convivenza sociale nei ratti e prevengono l’escalation aggressiva.
Il fatto che due ratti prendano distanza tra loro non è quindi un fallimento nel processo di conoscenza reciproca, ma una strategia comportamentale scelta consapevolmente come risposta ai comportamenti dell’altro e per questa ragione da rispettare.
A questo quadro va aggiunto un altro tassello fondamentale: ogni ratto è un individuo a sé.
Ognuno ha il suo carattere e il suo bagaglio di esperienze pregresse, che lo rendono unico nel modo di comportarsi con i suoi simili.
Questa idea di base comporta che, se non abbiamo mai visto i nostri ratti interagire con i loro simili e magari siamo anche alla prima esperienza di inserimento, non saremo in grado di prevedere come andranno le cose.
In uno scenario simile, si sta quindi facendo niente meno che un esperimento e si può solo provare a indovinare come andranno le interazioni.
Per quale motivo scegliere di farlo in uno spazio angusto, che non lascia la minima possibilità di fuga o di intervento da parte nostra?
Chi paga il prezzo dei fallimenti?
La cosa più grave in assoluto nell’utilizzo di questo metodo è che quindi, nel momento in cui le cose vanno male, sono i ratti a pagare il prezzo più alto per i nostri esperimenti. Saranno i ratti a portare le ferite del fallimento del tentativo e queste ferite, come già detto, non sono solo quelle fisiche, ben visibili e generalmente più facilmente curabili.
Aggressioni gravi lasciano infatti segni anche nella sfera emotiva e comportamentale degli animali e questi traumi sono molto più difficili da vedere e riconoscere rispetto a quelli fisici; talvolta sono anche impossibili da cancellare del tutto.
Un ratto aggredito in un trasportino, senza che gli sia stata data alcuna possibilità di sottrarsi a quell’aggresisone, ha infatti sperimentato una situazione in cui la propria vita era in pericolo e un’esperienza simile può modificare profondamente il modo in cui quel ratto interpreterà le successive interazioni sociali.
Quando si fa un inserimento, bisognerebbe quindi essere estremamente consapevoli di cosa c’è in gioco e stare molto attenti non solo a evitare ferite fisiche, ma soprattuto a proteggere la sicurezza emotiva dei ratti coinvolti.
L’aggressione
Se l’inserimento viene svolto nel contesto adatto e se i ratti sono normo-comportamentali (cioè esprimono risposte comportamentali attese per la specie, non modificate da traumi pregressi) non è affatto frequente assistere ad aggressioni gravi, perché come già spiegato gli animali hanno la possibilità di scegliere tra diversi comportamenti, tra cui interrompere l’interazione e allontanarsi per ridurre la tensione.
Con il metodo del trasportino, questo non è possibile.
Un’escalation di tensione in uno spazio così ristretto può portare a ferite gravi in pochi istanti, ferite che spesso richiedono l’intervento del veterinario, che deve ricucire la lesione.
La situazione diventa ancora più pericolosa quando nel trasportino insieme a ratti adulti vengono inseriti dei cuccioli, che subendo un morso possono addirittura rimanere uccisi nel confronto.
Non bisogna normalizzare il fatto che durante un inserimento possano esserci ferite gravi.
Non bisogna nemmeno normalizzare che conflitti in un trasportino possano essere gestiti con botte sullo stesso o scuotendolo nel tentativo di interrompere un’aggressione, perché questo non farà altro che aumentare lo stato di disagio in cui sono gli animali.
Perché continua a essere suggerito?
Questo metodo viene difeso sulla base di un’unica convinzione, il fatto che funzioni.
Certamente in tanti casi i ratti non si fanno del male, per fortuna! Ma la realtà dei fatti è che, quando funziona, nel gruppo non ci sono forti incompatibilità.
Inoltre, il fatto che con certi gruppi funzioni non significa che sia un metodo efficace e non lo rende più sicuro, soprattutto se sull’altro braccio della bilancia restano ratti gravemente feriti e traumatizzati.
C’è infine da dire che non è comune venire a conoscenza pubblicamente di storie di insuccesso, perché queste si portano dietro una grossa frustrazione emotiva e dolore nel ripercorrere i momenti traumatici dell’inserimento. Chi ci è passato fa fatica a raccontarlo pubblicamente.
Il supporto che viene richiesto alla nostra associazione in questi casi non è solo curare le ferite emotive dei ratti, ma anche dei loro umani, che si sono affidati al metodo del trasportino in totale buona fede senza però immaginare certi epiloghi. Chi è alle prima armi inoltre spesso non ha gli strumenti per valutare le dinamiche interattive tra ratti.
Un buon metodo di inserimento deve privilegiare la scelta, non la costrizione.
Da un punto di vista etico ed etologico, i ratti meritano di poter vivere processi di inserimento che rispettino non solo la loro natura, ma soprattutto la loro sicurezza.
In un approccio coscienzioso e tutelante del benessere sia fisico che emotivo dei propri animali, la scelta dovrebbe essere sempre quella di adottare metodi che minimizzino il pericolo, anche quando questo significa sacrificare un po’ più di tempo.
I ratti sono animali generalmente territoriali: per questo motivo, nel momento in cui incontrano un ratto mai visto prima, è molto facile che lo interpretino come una minaccia.
Nella fase di conoscenza reciproca devono avere il tempo materiale per capire che non è così: hanno bisogno di un territorio neutro, di sufficiente spazio per prendere distanza se lo desiderano e soprattutto di tempo, per osservarsi, capire le intenzioni dell’altro e scegliere come approcciarsi.
Non bisogna cercare scorciatoie quando si parla di relazioni sociali perché le convivenze ottenute in maniera forzosa possono “esplodere” successivamente e soprattutto bisogna sempre metter sulla bilancia i rischi.
Errori da non commettere
- Non dare per scontato che l’unica alternativa da contrapporre al metodo del trasportino sia mettere ratti in spazi ampi e dispersivi, con punti non controllabili e angoli nascosti in cui i ratti possano perdersi di vista: lo spazio migliore per gestire un inserimento, nel rispetto dell’etologia dei ratti e della loro sfera emotiva è un luogo neutro di una dimensione non ampia compresa tra 1 e 2 metri quadri, meglio non superiore; a questo link trovate tutte le indicazioni su come scegliere lo spazio più adeguato per un corretto inserimento e su come allestirlo al meglio.
- Non dimenticare che quando si parla di inserimento si sta parlando di un incontro tra ratti che non si sono mai visti prima di quel momento: i ratti devono imparare a capirsi e a comunicare adeguatamente tra loro; devono quindi poter esser messi nella condizione di usare tutto il loro repertorio comunicativo per farlo al meglio.
- Non confondere i comportamenti che i ratti manifestano con i membri della loro colonia con quelli che manifestano con ratti sconosciuti: ad esempio, i ratti amano stare molto vicini e a stretto contatto tra loro, quando però si conoscono bene e si fidano gli uni degli altri. Non bisogna quindi dare per scontato che questo e altri comportamenti tipici di ratti membri della stessa colonia vengano manifestati e percepiti allo stesso modo anche da ratti completamente estranei tra loro.
- Non sottovalutare le capacità percettive della specie: i ratti hanno un olfatto eccellente e non devono essere chiusi in un trasportino per poter esser messi nella condizione di raccogliere informazioni su un conspecifico sconosciuto. Per noi è difficilmente comprensibile, ma a loro basta, ad esempio, una piccola traccia di urina lasciata da un ratto sconosciuto dall’altro lato dello spazio adibito all’inserimento per iniziare a raccogliere informazioni su sesso, età, stato emotivo e fisico del ratto con cui stanno avendo a che fare. La conoscenza reciproca nei ratti inizia ben prima del contatto diretto e le interazioni sociali sono influenzate da questa raccolta preliminare di informazioni.
- Non confondere il dare possibilità di prendere distanza con permettere ai ratti di innescare inseguimenti reciproci: a questo link sono elencate tutte le misure da adottare per moderare le interazioni potenzialmente pericolose.
- Non pensare che dormire insieme sia automaticamente segno di benessere o accettazione sociale; ratti in condizioni di stress possono restare immobili (stato di freezing) o tollerare la vicinanza di conspecifici, senza però raggiungere un reale stato affiliativo: la coesione sociale si verifica in maniera efficace quando il contatto è volontario e avviene in un contesto percepito come sicuro. La sola prossimità fisica imposta in uno spazio ristretto in cui il ratto non ha scelto autonomamente di posizionarsi non è sufficiente per garantire l’attivazione di meccanismi fisiologici che aumentino l’affiliazione – motivo per cui spesso ratti che nel trasportino sembravano ad occhi inesperti “andare d’accordo”, non appena messi in spazi più ampi manifestano disagio, evitamento o aggressività alla presenza degli stessi ratti con cui fino a poco prima sono stati a stretto contatto.
- Non sottovalutare la memoria episodica dei ratti: mettere un ratto in una condizione di forte stress o forzarlo a interazioni sociali negative può dare origine a traumi, definiti in etologia come cambiamenti duraturi nel comportamento o nei sistemi neurobiologici dell’animale (attenzione a non antropomorfizzare i ratti e a confondere etologia con psicologia clinica e psichiatria). Questi effetti non dipendono purtroppo solo dall’intenzione o dalla competenza di chi modula l’inserimento: se bastassero il giusto approccio e le buone intenzioni, sarebbe semplicissimo ottenere sempre inserimenti con esito positivo. Dipendono soprattutto da qualcosa che non è né prevedibile né facilmente leggibile per noi, ovvero dal tipo di esperienza e soprattutto da come la stessa è vissuta dall’animale: il solo fatto di vivere emotivamente in maniera stressante e negativa il contatto forzato in ambiente ristretto con un conspecifico sconosciuto può essere elaborato come esperienza negativa e influenzare le interazioni sociali successive. Per questa ragione è fondamentale fare di tutto per tutelare la sfera emotiva degli ratti coinvolti in un inserimento e scegliere metodi che minimizzano qualsivoglia rischio.
- Non dare per scontato che la durata dell’esposizione all’evento stressogeno coincida con il livello di intensità di stress percepito dall’animale (per noi non valutabile!): un evento stressante breve, ma percepito dal ratto come estremamente negativo, minaccioso o incontrollabile, può generare effetti comportamentali e neurobiologici molto più marcati di un evento stressante più duraturo nel tempo, ma gestito emotivamente con maggiore sicurezza e controllo da parte dell’animale. Quindi, la qualità emotiva dell’esperienza è più importante e determinante sull’esito positivo dell’inserimento rispetto alla durata temporale della stessa.
Come associazione NON raccomandiamo il metodo del trasportino, men che meno a neofiti alla prima esperienza di inserimento, con scarse se non nulle capacità di interpretare i segnali dei ratti che hanno davanti.
Qui è presente una guida approfondita su come gestire un buon inserimento.
L’associazione è sempre disponibile per consigli alla mail: ratrescueitalia@gmail.com e può offrire il supporto di professionisti specializzati in etologia per seguirvi e garantire ai vostri ratti la migliore esperienza di inserimento possibile.